Come nasce una corona nel nostro laboratorio, dal file al dente
Scansione, progettazione, fresatura, colorazione, cottura, prova. Sei passaggi che in clinica stanno tutti sotto lo stesso tetto, ed è per questo che si riesce a lavorare in pochi giorni.

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Quando si dice «laboratorio interno» sembra una voce da brochure. In pratica è la differenza fra chiudere un lavoro in cinque giorni e chiuderlo in due viaggi. Ecco cosa succede, passaggio per passaggio, fra il momento in cui prendiamo l'impronta e quello in cui la corona sta in bocca.
1 · La scansione, non il calco
L'impronta si prende con uno scanner intraorale: una telecamerina che passa sui denti e costruisce un modello tridimensionale sullo schermo. Niente paste, niente conati, e soprattutto niente errore di copia.
Il calco tradizionale infatti è un negativo, da cui si cola un positivo in gesso, su cui si lavora: tre passaggi, e ognuno introduce un piccolo scostamento. La scansione salta i passaggi. Il file che arriva in laboratorio è la tua bocca, non il calco del calco.
2 · La progettazione, che è una decisione clinica
Sul file l'odontotecnico disegna la corona: forma, spessori, punti di contatto con i denti vicini, come chiude con l'antagonista. Non è disegno libero: è dove il progetto protesico del dottor Zarroli diventa geometria.
È il momento in cui si decide se quel dente sarà un dente che funziona o solo un dente che si vede. La forma sbagliata sul molare manda in sofferenza l'articolazione; il contatto sbagliato con il dente vicino ti fa incastrare il filo interdentale per i prossimi dieci anni.
3 · La fresatura
Il progetto va alla fresatrice, che ricava la corona da un disco pieno di zirconia o di disilicato di litio. Sono materiali diversi con impieghi diversi: la zirconia è più resistente e va sui settori posteriori, dove si mastica; il disilicato è più traslucido e va sui frontali, dove si vede.
Chi ti propone lo stesso materiale per tutta la bocca ti sta semplificando la vita a lui, non a te.
4 · La colorazione, che è la parte artigianale
Un dente naturale non ha un colore. Ne ha almeno tre: più opaco e saturo al colletto, più chiaro nel corpo, quasi trasparente sul bordo incisale. Se una corona ha un colore solo, si riconosce a un metro.
Qui si torna a mano: pigmenti applicati a pennello, strato su strato, guardando i denti vicini. È la fase in cui il lavoro di un odontotecnico bravo si distingue da quello di uno qualsiasi, ed è anche l'unica in cui la tecnologia non aiuta granché.
5 · La cottura
In forno, a temperature intorno ai 1.500 °C per la zirconia, con curve di riscaldamento e raffreddamento che durano ore. Il pezzo esce contratto di una percentuale nota, che la progettazione ha già compensato.
È anche il collo di bottiglia della giornata: la cottura non si accelera. È il motivo per cui una corona pronta «in due ore» o è di composito o non è passata da qui.
6 · La prova, e se serve si torna indietro
La corona sale in studio e si prova in bocca. Si guarda come appoggia, come chiude, come sta di colore alla luce della finestra, non a quella della lampada.
Se qualcosa non convince, torna giù. E questa è la frase che spiega tutto l'articolo: «torna giù» significa un pomeriggio. Con un laboratorio esterno significa due o tre giorni, cioè, su una trasferta di cinque, significa non farlo.
Perché te lo raccontiamo
Perché è la domanda giusta da fare a qualunque clinica, in Albania o a Milano: «il laboratorio è vostro?». Se la risposta è sì, chiedi una foto. Se è no, chiedi quanti giorni ci vogliono per un ritocco, e aggiungili al conto del viaggio.
Non è l'unico criterio che conta (gli altri cinque sono qui), ma è quello che si verifica in trenta secondi.