Come prepariamo un caso a intera arcata, dalla TAC alla dima
Su un'arcata completa il lavoro vero si fa prima di entrare in sala operatoria. Ecco le cinque cose che facciamo al computer, e perché pochi gradi di errore non si recuperano.

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Un'arcata completa su impianti è il lavoro più impegnativo che facciamo, e anche quello dove la differenza fra le cliniche si vede di più. Non in sala operatoria: prima. Su un'arcata completa la parte che decide il risultato è la pianificazione, e si fa a bocca chiusa, davanti a uno schermo.
Perché un'arcata non è «tanti impianti singoli»
Su un impianto singolo, se la vite finisce due gradi fuori asse, il moncone recupera. Su un'arcata no: gli impianti devono essere reciprocamente compatibili, perché sopra ci va un unico pezzo rigido. Se anche uno solo esce dalla tolleranza, quel pezzo non si avvita, o si avvita forzando, che è peggio, perché la tensione se la prende l'osso.
Da qui tutto il resto: la precisione non è un vezzo, è un requisito.
1 · La TAC, e cosa ci si legge
La cone beam dà il volume osseo reale. Sulla mascella superiore si guarda il seno mascellare, che scende e riduce l'osso disponibile nei settori posteriori; sulla mandibola si guarda il nervo alveolare inferiore, che va rispettato con un margine di sicurezza non negoziabile.
È qui che si decide fra quattro impianti e sei, e non è una decisione commerciale: quattro bastano quando l'osso anteriore è buono e permette di inclinare i posteriori; sei servono quando serve più appoggio, o quando si vuole un margine se uno dei quattro dovesse cedere. Chi te lo dice al telefono prima della TAC sta vendendo un pacchetto.
2 · La pianificazione digitale
Sul modello tridimensionale si posizionano gli impianti virtualmente: posizione, inclinazione, profondità. Si verifica che ciascuno stia dentro l'osso con lo spessore corticale sufficiente su tutti i lati, e che tutti insieme siano avvitabili sullo stesso pezzo.
Ed è anche il momento in cui si fa il ragionamento al contrario: non «dove posso mettere gli impianti», ma «dove devono stare i denti perché il sorriso funzioni, e quindi dove devono stare le viti». È un'inversione che sembra filosofica e invece è la differenza fra una protesi che sembra una protesi e una che no.
3 · La dima chirurgica
Dal progetto si stampa una guida che si appoggia sull'osso o sui denti residui e che ha i fori esattamente dove la fresa deve entrare, con l'angolazione decisa al computer.
In sala, la dima toglie la variabile «mano». Non sostituisce il chirurgo (la lettura dei tessuti e le decisioni durante l'intervento restano sue), ma toglie l'errore geometrico, che su un'arcata è quello che non si perdona.
4 · Il provvisorio, progettato prima
Il provvisorio fisso avvitato non si improvvisa il giorno stesso: si progetta insieme al resto, e in molti casi il laboratorio lo prepara in anticipo, per adattarlo dopo la chirurgia.
È il pezzo che porterai dai tre ai sei mesi. Deve essere abbastanza bello da farti uscire di casa e abbastanza morbido da non caricare troppo gli impianti mentre l'osso integra. Chi lo tratta come un ripiego lo fa notare, e lo noti tu, per un semestre.
5 · Il definitivo, al secondo viaggio
Dopo l'osteointegrazione si torna, si riprende l'impronta sulla situazione stabilizzata e si costruisce la protesi definitiva. Da tre a sei mesi dopo il primo viaggio, quattro o cinque giorni di soggiorno.
Questi mesi non si accorciano. È biologia, ed è la cosa su cui più spesso il marketing del turismo dentale racconta storie: «denti fissi in 24 ore» è vero se si parla del provvisorio, è falso se si intende il definitivo.
Le tre domande da fare su un preventivo per l'arcata completa
- Quattro impianti o sei, e sulla base di quale immagine? Se la risposta arriva prima della TAC, non è una risposta.
- Il provvisorio è fisso avvitato o è una protesi mobile? Cambia radicalmente i sei mesi che verranno.
- Quanti viaggi, e a che distanza? Perché il secondo volo è parte del prezzo, anche se non compare nel preventivo.